Tuesday, May 20, 2008

Bacco o Dioniso, il re dei baccanali

DIONISO - BACCO - LIBERO

In tutto il bacino del mar Mediterraneo, da Oriente a Occidente, comprendendo l’Asia fino all’India, il Nord-Africa, la penisola greca, compresa la Macedonia, la penisola italica ed oltre, i seguaci di Dioniso furono assai numerosi. Il culto di questa divinità si perde nella notte dei tempi; fu in epoca storica che approdò a Roma e quindi alle terre da essa controllate.

Dioniso, rivestito di pampini, e il Vesuvio, con un serpente in primo piano, quale simbolo di fertilità.
Affresco del I sec., dalla
Casa del Centenario a Pompei.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

 
 

Questa divinità, il cui simbolo, oltre al viticcio e all’edera rampicante, era costituito dal tirso, un bastone nodoso sormontato da un viluppo d’edera, ebbe diversi nomi a seconda dei luoghi nei quali era onorata; a Roma era nota come Bacco o Libero, in Oriente come Zagreo o Bassareo o anche Leneo, e il suo aspetto era sempre quello di un giovane bellissimo, con il capo riccioluto e incoronato da pampini e da viticci.

Per un verso dio gioviale, sorridente e simbolo del tripudio e della ricchezza della natura, per l’altro legato a riti oscuri e talvolta selvaggi, frutto forse dei rapporti del culto del dio con territori barbarici e primitivi, nei quali ci si propiziava il favore della natura mediante sacrifici di animali.

Attributi dionisiaci: tamburello, tirso, cembali, cantaro, cista; in primo piano pantera che lotta con serpente.
Affresco del I sec., da Pompei.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Testa di Dioniso giovane.
Scultura ellenistica ritrovata nei pressi di Roma.

Londra, British Museum

Si diceva fosse figlio di Semele e di Zeus; secondo la leggenda più diffusa, Semele fu incenerita per aver voluto, dietro istigazione di Era gelosa, vedere l’amante in tutto il suo fulgore, non considerando che solo agli Olimpi era permesso di osservare il vero volto di Zeus; e Dioniso, non ancora nato, rischiò di perire con la madre. Allora Zeus tolse il figlio dal grembo di lei e lo cucì in una sua coscia finché la gestazione fu completata; poi portò il bambino a Nisa, dove le Ninfe lo nutrirono con miele.
(Le ninfe nutrici di Dioniso diventarono più tardi le stelle della costellazione delle Iadi.)

Dioniso bambino su pantera, con le Ninfe di Nisa, in un cammeo di epoca romana.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Una volta cresciuto il dio errò per ogni dove, accompagnato nel suo peregrinare da Sileno, dai Satiri, dalle Ninfe e dalle Menadi, o Baccanti, a volte su un carro trainato da pantere.
Lo troviamo così in Tracia da dove, per sfuggire al re Licurgo che voleva imprigionarlo, si rifugiò presso la nereide Teti, la quale gli diede rifugio in mare.

La pazzia di Licurgo: vaso in vetro (particolare), IV sec., a.C.
Londra, British Museum

Licurgo assale la ninfa Ambrosia, che si trasformerà in vite; mosaico, I sec.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Giunto nell’isola di Nasso vi trovò Arianna, lasciata da Teseo dopo la loro fuga da Creta, dove la fanciulla aveva aiutato l’eroe nell’impresa per uccidere il Minotauro; innamoratosene, Dioniso la sposò e la portò con sé.

Dioniso con Arianna a Nasso. Vetro a sbalzo del I sec.,
dalla Casa di Fabio Rufo a Pompei.
Napoli, Museo Archeologico Nazionale

Le nozze di Dioniso ed Arianna. Affresco del I sec.,
nella Villa dei Misteri a Pompei

Trionfo di Dioniso e Arianna, affresco di Annibale Carracci.
Roma, Palazzo Farnese.

In Orcomeno rese invasate le Miniadi, che prese da una strana pazzia, uccisero il figlio di una di loro scambiandolo per la vittima sacrificale del rito in onore del dio; e una tragedia simile capitò al re di Tebe, Penteo, ucciso e fatto a pezzi dalle donne invasate, compresa la sua stessa madre, alle quali voleva impedire di recarsi sui monti per onorare Dioniso.

Un giorno nel suo continuo errare fu trovato dai pirati che lo rapirono per venderlo come schiavo in un mercato d’Oriente; Dioniso allora trasformò i loro remi in serpenti e paralizzò la nave con ghirlande d’edera e di vite, cosicché i pirati, impazziti si gettarono in mare dove diventarono delfini (il che spiega come i delfini siano amici degli uomini, e si sforzino di salvarli, nei naufragi, poiché sono pirati pentiti).

Dioniso bambino precipita in mare i pirati che lo avevano assalito.
Mosaico del III secolo d. C., Tunisi, Museo del Bardo.
(Donati e Pasini, 1997).

Anche Orfeo, il più antico cantore della Grecia, si inserisce nel mito di Dioniso. Orfeo disdegnava il dio del vino ed era devoto solo ad Apollo, che adorava chiamandolo dio del Sole; per questo Dioniso gli istigò contro le Menadi che, invasate dalla furia ispirata loro dal dio ne straziarono il corpo e lo smembrarono; le Muse di Apollo composero poi i resti del cadavere e gli diedero una conveniente sepoltura. Ad Orfeo si legherà poi l’Orfismo, un’espressione oscura e difficile del pensiero filosofico.

Nel corso delle feste dionisiache, o baccanali, si era soliti sacrificare un caprone, e il rito sacrificale era accompagnato da canti corali e da battute che in forma di dialogo venivano scambiate dai sacerdoti. A questo aspetto del rituale i pensatori greci riconducono l’origine della tragedia (individuando l’etimologia, nel termine tragedia “il canto del capro”), destinata nella Grecia classica a diventare una delle forme più alte e complesse di poesia.

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Il Trionfo di Bacco e Arianna

E’ l’invito alla vita, è il “Carpe Diem“. Lorenzo De Medici prende spunto dal Carnevale a Firenze in cui si usava travestirsi e andare in giro a cantare ballate. Lorenzo le ballate le componeva, componeva questi cosidetti canti carnascialeschi. Il tono scherzoso della maggior parte di questi canti finiva, tuttavia, per sacrificare inevitabilmente tutta la potenza poetica e ne inibiva tutto il potenziale lirico. Nel caso del “Trionfo di Bacco e Arianna“, invece, avviene il miracolo: Versi sorprendenti che diventano quasi un inno alla vita, a viverla perchè esiste ora e qui, perchè poi passa e non si sa se ritorna. Proprio come quel “Trionfo”, il carro mascherato sul quale ci sono uomini e donne travestiti, Bacco e Arianna, i satiretti, le ninfe, tutti giovani e belli. Il carro passa e con esso passa il Tempo…e la giovinezza. E di domani non c’è certezza. Lorenzo il Magnifico visse solo 43 anni, dal 1449 al 1492, e a soli 20 anni, avendo perso il padre, si trovò a governare la città di Firenze: Lo fece con forza e con la passione di chi sapeva cogliere tutti i lati belli della vita.

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Lorenzo De’ Medici, Quant’è bella giovinezza

Lorenzo de’ Medici

LA STRAORDINARIA FORTUNA CHE HA INCONTRATO QUESTA CANZONE VA ADDEBITATA IN PARTE ALLA SPLENDIDA COMMISTIONE DI ELEMENTI FANTASTICI E MITOLOGICI E ALLA SPLENDIDA DESCRIZIONE DEI PERSONAGGI DELLA MITOLOGIA ANTICA, MA CERTAMENTE VA SOPRATTUTTO RICERCATA NELLA POESIA E NELLA FILOSOFIA RACCHIUSA NEL “RITORNELLO” CHE RAPPRESENTA UN INVITO A GODERE DELLE GIOIE DELLA VITA FINCHè SI è IN TEMPO, PRIMA CHE LA GIOVINEZZA SCORRA VIA INESORABILMENTE.

Trionfo di Bacco e Arianna

Quant’è bella giovinezza,
che si fugge tuttavia!
chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Quest’è Bacco e Arianna,
belli, e l’un dell’altro ardenti:
perché ‘l tempo fugge e inganna,
sempre insieme stan contenti.
Queste ninfe e altre genti
sono allegre tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Questi lieti satiretti,
delle ninfe innamorati,
per caverne e per boschetti
han lor posto cento agguati;
or da Bacco riscaldati
ballon, salton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Queste ninfe anche hanno caro
da loro esser ingannate:
non può fare a Amor riparo,
se son gente rozze e ingrate:
ora insieme mescolate
suonon, canton tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Questa soma, che vien drieto
sopra l’asino, è Sileno:
così vecchio è ebbro e lieto
già di carne e d’anni pieno;
se non può star ritto, almeno
ride e gode tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca, oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi sian, giovani e vecchi,
lieti ognun femmine e maschi;
Ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.
 

Donne e giovinetti amanti,
viva Bacco e viva Amore!
Ciascun suoni, balli e canti!
Arda di dolcezza il core!
Non fatica, non dolore!
Ciò ch’ha a esser, convien sia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Posted by arianna.pinton in 12:18:34 | Permalink | No Comments »