Sollima canta. E incanta di Manuela Montalbano
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Monza. Binario 7 stracolmo per l’incontro musicale con il violoncello del palermitano Giovanni Sollima: tutto esaurito per l’ultimo goal di Musicamorfosi
Non pare, ma quello di Giovanni Sollima è solo un violoncello. Un signor viloncello, s’intende, con i suoi trecento anni e più - uno strumento del 1679, un pezzo di storia, insomma - ma pur sempre soltanto un violoncello: quattro corde, un corpo in legno, un manico e un punteruolo. Eppure il Binario 7 venerdì sera, colmo della musica di un compositore e strumentista d’eccezione, sembrava riempito di magia. «Il violoncello è uno strumento essenzialmente melodico», semplifica Sollima, ma poi lo percuote, sussurra con le dita linee melodiche sovrapposte, dolce e legatissima quella con l’archetto, staccata, percossa, con la sinistra, l’altra. «Amo questa sua caratteristica melodica. Spesso compongo al violoncello, perchè mi permette di non distrarmi o perdermi negli elementi armonici verticali, ma concentrarmi sullo sviluppo orizzontale, sullo scorrere del tempo musicale, organizzare lo spazio musicale». Sollima sottolinea la caratteristica vocale della sua musica: si avvia con Lamentatio il percorso che l’artista regala al pubblico di Lampi, un brano intensissimo in cui le note del cello armonizzate dal suono inaspettato di un lamento vocale, sottolineano l’antropomorfismo sonoro dello strumento. Si prosegue con un brano al velluto, passaggi velocissimi e racconti legati, e poi cromatismi e violoncelli multipli grazie ad ausili elettonici di When we were threes, quando eravamo alberi. Seguono le «due natural song e il trittico», ovvero motivi ossessivi e progressivi, frammenti terzinati, giochi di armonici sulle corde, elementi vocali percussivi, glissati e la proeizione diDaydream, video record su Youtube, in due capitoli, fatti di corteccia, acqua, cielo, foglie. «Facciamo il tema del Bell’Antonio… e poi vediamo». Annuncia il bis con quel suo intercalare che prepara allo stupore. Il tema, infatti, è tanto struggente che qualche lacrima commossa in sala la si è vista. Mentre suona scalcia e si contorce, abbraccia e scuote, percuote e accarezza, poi solleva lo strumento da terra senza smettere per un attimo di suonare e, appeso ad una spalla, lo porta in giro per la platea: il rapporto di Sollima con il violoncello è qualcosa di inspiegabilmente corporeo. Ma quando gli si fa notare come il suo approccio sia tanto materico risponde « mah, sarà il violoncello, occupa gran parte del tuo corpo, e poi quando ci compongo diventa davvero fisico, ma non saprei come spiegarlo, non me lo chiedo più, so che accade e basta.Suonavo ogni parte del mio strumento - continua - le corde, ma anche il puntale», trascinandosi dietro la sua “protesi sonora” e procurando rumori striduli dall’attrito del legno del palco con il metallo del punteruolo. Non si capisce bene come, ma anche quello, tra le sue mani, sembra musica. |