Monday, January 7, 2008

Teodelinda e Monza

Autari e Teodelinda scelsero Milano come propria capitale al posto di Pavia, ed elessero Monza come residenza estiva. La storia di Teodelinda si intrecciò così con quella di Monza, dove fece costruire un palazzo e una cappella palatina che poi, nel tempo, divenne il nucleo primario del Duomo di Monza.

Secondo la tradizione, Teodelinda aveva promesso di erigere un tempio dedicato a San Giovanni apostolo e aspettava un’ispirazione divina che le indicasse il luogo più adatto. Mentre cavalcava col suo seguito attraverso una piana ricca di olmi e bagnata dal Lambro, un giorno la regina si fermò a riposare lungo le rive del fiume. In sogno vide una colomba che si fermò poco lontano da lei e le disse “Modo” (qui); prontamente la regina rispose “Etiam” (sì) e la basilica sorse nel luogo che la colomba aveva indicato. Dalle due parole pronunciate dalla colomba e dalla regina derivò il primo nome della città di Monza, Modoetia.

Nel 595 Teodelinda fece erigere un oraculum (cappella della regina) di pianta a croce greca. Di questa prima costruzione rimangono oggi solo i muri, risalenti al VI secolo. Alla morte della regina, sebbene l’edificio non fosse ancora terminato, il suo corpo vi fu sepolto, al centro della navata sinistra. In epoca successiva la sua sepoltura fu traslata, sempre nel Duomo di Monza, nel sarcofago visibile sulla parete di fondo nella cappella detta di Teodelinda, dietro l’altare che custodisce la Corona Ferrea. Le pareti della cappella sono rivestite di affreschi (opera dei fratelli Zavattari) con le storie della vita della regina, narrate da Paolo Diacono.

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La Corona Ferrea, secondo www.comune.monza.mi.it

 

Il diadema aureo è composto da sei piastre rettangolari incurvate legate fra loro da cerniere. Misura 5,3 cm di altezza e 15 cm di diametro. Ogni piastra presenta una decorazione complessa, formata da un segmento verticale e da un elemento quasi quadrato.

Il segmento verticale presenta tre gemme incolonnate con montature a cabochon. L’elemento di forma quadrata ha un cabochon centrale e quattro rosette in oro sbalzato disposte attorno a croce. Smalti vitrei (in parte restaurati) formano ramificazioni che si irraggiano simmetricamente dalla gemma centrale verso gli spigoli del riquadro. Gli alveoli d’oro riportati, supporto degli smalti, sono fissati alla superficie della corona per mezzo di linguette in lamina d’oro tagliate a forma di graffa, quasi si trattasse di incastonature di gemme. Ogni piastra presenta al rovescio una foglia d’oro, saldata alla parte anteriore.

Una bordura di filigrana corre lungo i lati maggiori della piastra. Le cerniere che uniscono le piastre sono coperte da un filo d’oro a grossi grani. Il bordo inferiore del diadema presenta cinquantadue forellini appaiati praticati in epoca successiva a quella d’esecuzione per fissarlo a un cuscinetto.

La corona è ornata complessivamente da 26 rosette, 24 mosaici a smalto, 22 gemme. Un cerchio di metallo bianco blocca, dall’interno, il movimento delle piastre. La sua larghezza è di 10 mm, lo spessore di 1 mm. Undici forellini equidistanti sono distribuiti per tutta la sua lunghezza, ma non hanno alcun nesso con le piastre d’oro. In origine le piastre del diadema dovevano essere otto: due sono state asportate in un’epoca imprecesata, ma rimane traccia della manomissione su una delle sei piastre rimaste.

Le origini del diadema sono incerte. Per quanto concerne il chiodo esiste una tradizione tramandata da Sant’Ambrogio. Il vescovo milanese, nell’elogio funebre per l’imperatore Teodosio tenuto a Milano nel 395, disse che Elena, madre di Costantino, cercò e trovò i chiodi della crocefissione e con uno fece un diadema per il figlio (“diadema intexuit”). Ciò sarebbe avvenuto nel XIII anno del pontificato di S.Silvestro (326 d.C.): da allora “il Santo Chiodo è posto sul capo degli Imperatori”. La Corona è invece un diadema tardoantico, realizzato nel V secolo probabilmente a Costantinopoli.

Carlo Bertelli riconosce una antica raffigurazione della Corona Ferrea nel S.Ambrogio di Milano, su uno dei frontoni del ciborio, dove la mano di Dio la posa sul capo di un vescovo, affiancato dagli imperatori Ottone I e Ottone II, che gli rendono omaggio. Ancora secondo Bertelli, nella lunetta del portale maggiore del Duomo di Monza, regina Teodelinda porgerebbe a S.Giovanni Battista proprio la Corona ferrea.

A mano a mano che si procede a ritroso nella vicenda millenaria della Corona ferrea, i contorni del sacro diadema del Regno Italico si fanno sempre più sfumati; in un momento imprecisato e per un motivo altrettanto misterioso esso cambia persino di forma, e la storia, lentamente, si confonde con la leggenda sino a diventare mito.

Non si può comunque considerare la storia della corona senza porla in relazione con quella di Monza, come “sede del Regno” per il legame strettissimo con esso, forse dal tempo di Teodorico, ma soprattutto da Teodelinda. E ovviamente, la storia della corona e la storia di Monza non possono prescindere dalla presenza della Basilica di San Giovanni Battista fondata nel 595 dalla regina dei Longobardi.

Il sorprendente collegamento di Monza con le vicende del Regno ha radici molto lontane nel tempo: il palazzo di Teodorico, prima, quello di Teodelinda, poi, e accanto a questo la cappella palatina, e in essa il tesoro e le corone, tutti simboli del potere regio. Ed è nella suggestione evocativa della regalità testimoniata dalle corone, specie nel Medioevo, che risiede il fascino di Monza.

Il mito della città regia nasce quindi prima di quello della Corona ferrea e si consolida nel tempo grazie all’attività di amministrazione delle terre regie svolta accanto al san Giovanni. E se le incoronazioni in età postcarolingia avvenivano in Pavia, non vi è dubbio che dopo la distruzione del palazzo pavese del 1024 Monza assunse un ruolo primario nel Regno d’Italia. Inoltre verosimile che l’incoronazione italiana del re di Germania rivestisse un significato giuridico di presa di possesso del regno.
 
Ma quali furono i primi re incoronati a Monza e con quale corona? La tradizione secondo la quale i re d’Italia dovevano essere incoronnati dall’arcivesvovo milanese si afferma a partire dall’XI sec. Negli anni Trenta del XIII sec. la corona del Regno viene identificata con una corona detta “ferrea”.

All’inizio degli anni Sessanta dello stesso secolo essa viene collocata a Monza, da un cronista non lombardo, serio e scrupoloso: Rolandino di Padova. Infine, i diritti dell’arcivescovo milanese, di Milano e di Monza sulle incoronazioni sono indicati con chiarezza nelle fonti a proposito dell’incoronazione di Enrico VII, del 1311, e di Carlo IV, del 1356. Ma le origini della tradizione del legame di Monza con le incoronazioni sono sicuramente anteriori al 1128, quando Corrado di Svevia è incoronato a Monza e successivamente in sant’Ambrogio dall’arcivescovo di Milano: riguardo ai luoghi, le fonti contemporanee non fanno pensare a un’innovazione. L’affermazione del potere vescovile in Milano, e sull’Italia nordoccidentale tocca il vertice con Ariberto d’Intimiano, che nel 1026 incorona Corrado II re d’Italia e nel 1027 ottiene dal papa e dal novello imperatore l’affermazione solenne dei diritti dell’arcivescovo milanese in materia di incoronazioni.

Un altro arcivescovo di Milano, Arnolfo III di Porta orientale, nel 1093 incorona Corrado, figlio ribelle di Enrico IV, legato alle città di Milano, Piacenza e Cremona che sostennevano il papa: Corrado ottiene la legittimazione ad agire nel Regno d’Italia e Arnolfo recupera alla diocesi parte del prestigio perduto. Ancora, nel 1128, Anselmo V della Pusterla incorona Corrado di Svevia, nipote di Enrico IV morto senza eredi diretti. In questo caso il Comune di Milano l’interlocutore con cui Corrado tratta le condizioni dell’incoronazione che, come testimonia il cronista milanese Londolfo Iuniore, avviene prima a Monza e poi a Milano.

Se quindi non fu scelta Milano per la prima cerimonia di incoronazione di Corrado di Svevia, nonostante il Comune fosse teso ad affermare la grandezzza delle tradizioni civili e religiose, fu perchè vi erano precedenti a Monza e le fonti attestano l’unico precedente del 1093. Ma anche in questo caso la scelta di Monza non poteva che rispondere al desiderio  di non discostarsi da una tradizione che ci riporta ad Ariberto e Corrado II.

Perchè Ariberto avrebbe scelto Monza? Perchè già residenza regia, per la presenza delle corone, perchè da un secolo sottoposta al controllo degli arcivescovi milanesi e perchè il luogo gli fu assai caro. Quanto alla corona, la scelta per le cerimonie successive cadde sulla Corona ferrea in seguito a una ricerca storica che attestava la tradizione che la legava al Regno e inoltre la sua forma originaria a otto plache aveva un particolare significato nella simbologia medievale, soprattutto a Milano.

E’ nota, successivamente, la consuetudine dei Visconti con il Duomo di Monza nelle strategie di radicamento nel tessuto sociale attivate dopo la battaglia di Desio (1277), che li vede prevalere sulla fazione sino ad allora dominantedei Della Torre. Un Visconti, Matteo, promuove la ricostruzione del Duomo nel 1300 e ancora Matteo riscatta nel 1319 tesoro e corona impegnati dai Torriani 44 anni prima; un altro Visconti, l’arcivescovo Giovanni, nel 1345, ottiene il ritorno del Tesoro da Avignone. Quindi, se le lunghe assenze nella prima meta del secolo comportano l’eclissi della Corona Ferrea - che Enrico VII cerca per la sua incoronazione del 1311, ma non trova e non fa forgiare una di ferro, classicheggiante - tornato il Tesoro nella sua sede legittima, i Visconti promuovono la riaffermazione del Duomo, come sede di incoronazioni e del ruolo della corona.

Nel 1353 il tesoro fu restaurato, nel 1355 Carlo IV è incoronato in sant’Ambrogio con la ‘Sacra corona del ferro’ - dove Matteo Villani dà questa nuova sottolineatura - e il giorno successivo all’incoronazione il papa nella lettera ai patriachi di Grado e Aquileia ribadisce con forza il ruolo della corona e del Duomo. Successivamente compare nella basilica monzese il pulpito di Matteo da Campione con la grande rappresentazione di una scena si incoronazione, che si ricollega esplicitamente a tale funzione. Poco dopo la conclusione del celebre ciclo pittorico della cappella di Teodolinda, che clebra il passaggio dinastico dai Visconti agli Sforza, Federico III d’Asburgo riceve a Roma dal papa la Corona Ferrea (1453).

Prima dell’incoronazione di Carlo V trascorrono quasi quattro mesi dall’ingresso trionfale dell’imperatore in Bologna, dove è atteso da Clemente VII. Nel frattempo, Antonio de Leyva, feudatario di Monza, aveva raccolto negli archivi di Milano e di Monza la documentazione che certificava l’autenticità della corona come simbolo del Regno di Lombardia, che dava notizie sulla liturgia seguita in passato e che confermava le prerogative accettano che l’incoronazione avvenga a Bologna, ma chiedono che a Monza siano riconosciuti benefici a discrezione del sovrano. Il 22 febbraio 1530, nella cappella del Palazzo pubblico, la Corona Ferrea viene conferita dal papa Carlo V, mentre in piazza Maggiore risuonano le scariche delle compagnie di archibugieri e si urla ‘viva il re di Lombardia’.

Si deve attendere sino al gennaio 1805 prima che un altro imperatore decida di assurgere a re d’Italia. Napoleone I, spinto da qualche lettura o conversazione, detta una direttiva: “L’antica corona dei re di Lombardia deve trovarsi a Milano, l’imperatore la sovrapporrò alla corona imperiale”. Così a Milano il 26 maggio, il Bonaparte, secondo un cerimoniale previsto, entra solennemente in Duomo vestito da re d’Italia e, al momento dell’incoronazione, prende la Corona Ferrea dall’altare, la guarda, se la pone sul capo dicendo “Dio me l’ha data, guai a chi la toccherò”.

L’incoronazione di Ferdinando I, imperatore d’Austria, con la corona dei re d’Italia, risponde all’esigenza della Concelleria viennese di restituire prestigio e consenso all’occupazione del Lombardo-Veneto: la cerimonia ha luogo il 6 settembre 1838 in Duomo a Milano.

Altro significato avrà per i Savoia la Corona Ferrea recuperata dall’esilio viennese il 4 novembre 1866, grazie agli accordi di pace con l’Austria: il conflitto tra Stato e Chiesa e le cannonnate di Porta Pia “impediscono la sola ipotesi di un carisma religioso” all’incoronazione di Vittorio Emanuele, che assume il titolo di re d’Italia per voto parlamentare. Nel 1883, Umberto I, con Regio Decreto, conferma alla corona il “sacro carattere di reliquia” e “quello importante d’interesse nazionale” affidandone la custodia alla Basilica di Monza. E nella basilica rimarrò fino al regicidio del 29 luglio 1900, per accompagnare il “re buono” nell’ultimo viaggio.
 

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Le gemme della Corona Ferrea secondo www.goldsmith.it

Scopriamo alcuni dei misteri che avvolgono questo prezioso oggetto conservato nel Duomo di Monza.
Tra gli oggetti di oreficeria altomedievali la Corona Ferrea occupa una posizione di primo piano per tradizione storica e per significato simbolico-religioso, cui però fa riscontro una persistente incertezza circa l’origine e la destinazione prima. La mancanza di testimonianze dirette lascia ampio spazio agli studiosi di attribuirle date di fabbricazione comprese tra il V e il IX secolo dopo Cristo e di ritenerla ora una corona regale, ora una corona votiva, ora addirittura un collare o un bracciale. Alla carenza di testimonianze si aggiunga, per i materiali, l’assenza di analisi scientifiche documentate. Il cerchio interno metallico di colore grigio, ritenuto di ferro, attende analisi appropriata dopo che LIPINSKY (1985) si è accorto che non attira la calamita. Anche il titolo dell’oro e la natura degli smalti non sono stati oggetto di ricerche e infine le gemme sono sempre state identificate con metodi empirici e con nomi tradizionali. La mancanza di adeguate rilevazioni in un oggetto importante come la Corona Ferrea non deve meravigliare, poiché riflette una situazione comune a molti altri reperti del nostro patrimonio storico-artistico per i quali la letteratura specifica è singolarmente avara di dati sicuri. In troppi cataloghi e descrizioni di musei e di mostre si leggono identificazioni azzardate di gemme che con i nomi loro attribuiti hanno in comune solo il colore. Sarebbe auspicabile che le diagnosi empiriche venissero sostituite da binomi generici del tipo «gemme colorate» oppure «gemma azzurra» eccetera.
Nell’ambito di ricerche più approfondite sul Tesoro del Duomo di Monza intraprese da Roberto Conti, Conservatore dello stesso Museo, è stato possibile attivare un esteso programma di indagini gemmologiche su tutto lo straordinario complesso di oreficerie medievali ivi custodito.
Come è noto, la Corona Ferrea è costituita da sei piastre rettangolari incernierate tra loro lungo il lato corto, leggermente incurvate e di dimensioni quasi uguali: la loro altezza risulta di 5,3 cm e la loro lunghezza varia da 7,9 a 8,1 cm.

Le ventidue gemme incastonate sono disposte secondo due schemi diversi.

A) Cinque piastre mostrano il disegno seguente: un settore quasi quadrato (6 x 5,3 cm) con una gemma centrale circondata da quattro rosoni d’oro a sbalzo intercalati con quattro aree irregolari di smalti cloisonnés raffiguranti fiori stilizzati, cui è affiancato un settore rettangolare (2 x 5,3 cm) con tre gemme incastonate in successione verticale.

B) Una piastra con il settore quasi quadrato come sopra, affiancato però da un settore rettangolare munito di un’unica gemma centrale accompagnata sopra e sotto da un rosone d’oro.

Va notato che attualmente lo schema A presenta tre piastre con il settore rettangolare a destra e due con il settore rettangolare a sinistra e che lo schema B è sinistrorso. Naturalmente capovolgendo la corona i rapporti mutano di conseguenza.
Le piastre sono state numerate da I a VI e le gemme da 1 a 22 come è mostrato nei disegni 1 e 2.
E’ risaputo quanto siano poco affidabili le diagnosi di gemme incastonate, soprattutto quando la parte visibile della pietra è ridotta al minimo e la politura scarsa. Anche nel caso che non si tratti di una doppietta, si è sempre nell’impossibilità di rilevare un dato importante come il peso specifico, di osservare agevolmente le inclusioni e di ottenere buone letture dell’indice di rifrazione. Se poi l’oggetto è fragile o semplicemente ingombrante, le difficoltà aumentano e l’identificazione rischia di poggiare su elementi poco sicuri. E’ questo il caso della Corona Ferrea, nella quale non ci è sembrato corretto procedere alla rimozione delle gemme, anche se ciò avrebbe sicuramente portato a risultati gemmologicamente più accettabili. A tale inconveniente si è rimediato facendo uso di illuminazione a fibre ottiche di forte potenza, che ha permesso di affrontare in modo soddisfacente i seguenti problemi:
- l’esplorazione dell’interno delle gemme, quasi sempre «affogate» entro incastonature semi-occludenti, per il rilevamento delle inclusioni e della superficie posteriore della pietra, onde evidenziare l’eventuale presenza di supporti colorati;
- l’esecuzione di osservazioni spettroscopiche, indispensabili talora per la diagnosi definitiva;
- il rilevamento del pleocroismo con il dicroscopio a calcite. Oltre all’illuminatore FO, allo spettroscopio e al dicroscopio, la strumentazione comprendeva un microscopio, un rifrattometro, una lampada a raggi UV (onde corte e onde lunghe).

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Gli Alabardieri del Duomo di Monza

La Basilica di San Giovanni Battista di Monza, detta comunemente Duomo, ha molti e antichi privilegi, l’Arciprete gode delle insegne episcopali quali la mitra e l’anello, può indossare vesti violacee e la cappa magna, Usufruisce dell’uso del baldacchino per la processione del “Santo Chiodo”.

Ma il privilegio maggiore è quello di avere proprie guardie armate, un corpo denominato “Alabardieri” dal tipo di arma in dotazione agli stessi.
Questo onore è unico al mondo in quanto, oltre alla Guardi Svizzera in servizio al Vaticano a sacra custodia del Sommo Pontefice, solo il Duomo di Monza può schierare delle guardie armate all’interno della chiesa.

La data certa della loro istituzione non si conosce e si perde nella notte dei tempi dato che nell’editto di Maria Teresa d’Austria, del 1763, riguardante l’approvazione della nuova divisa degli alabardieri si dice “l’immemorabile possesso di fare assistere le principali sacre funzioni da dodici uomini armati d’alabarda sotto la direzione di un capo.
Non si conosce l’uniforme indossata prima dell’editto di Maria Teresa ma quella approvata è ancora la stessa in uso oggi ad eccezione del cappello, prima a tricorno, poi da Napoleone I sostituito con l’attuale feluca.

L’attuale uniforme di lana blu con filettature dorate è di foggia settecentesca, si compone di una lunga casacca e di pantaloni al ginocchio, la cintura porta fibbia con piccola riproduzione della Corona Ferrea, le calze sono color turchino ed uno spadino con elsa in ottone.

Il servizio degli alabardieri è riservato solo alla messa pontificale delle 10,30 nelle grandi solennità quali l’Epifania, la Pasqua, il Corpus Domini, la natività di San Giovanni Battista (24 giugno), il Santo Chiodo e il S. Natale.
In via straordinaria prestano il loro servizio anche in particolari occasioni: vedi la visita del Santo Padre nel maggio 1983, le visite dell’Arcivescovo di Milano, Card. Maria Martini prima, Card. Dionigi Tettamanzi, ma anche in occasione della visita del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1991.
Fino agli anni cinquanta, come risulta da un diario dell’epoca, il picchetto riceveva una modesta ricompensa, prestava però servizio dalla messa dell’aurora, alle 6, fino all’ultima messa delle 18.
Tra una funzione e l’altra due guardie restavano di sentinella presso l’altare maggiore.

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Monday, November 12, 2007

Il sentiero più facile per arrivare a Dio è la bellezza

Sarà inaugurato ufficialmente sabato dal Cardinale Dionigi Tettamanzi il nuovo museo ”Carlo Gaiani” del Duomo. In esposizione oggetti preziosi dal 1300 ai giorni nostri. «Il sentiero più facile per arrivare a Dio è la bellezza». Così Monsignor Leopoldo Gariboldi ha introdotto il significato della nuova sezione del Museo del Duomo di Monza che sarà ufficialmente inaugurato sabato 10 novembre alle 16 dal Cardinale Dionigi Tettamanzi. Accanto al Museo “Serpero” che custodisce i tesori medievali dalle origini al 1300, il nuovo museo “Carlo Gaiani” espone oggetti preziosi dal 1300 ai giorni nostri. A firmare la nuova struttura, realizzata proprio sotto l’antica Cattedrale voluta da Teodelinda Regina dei Longobardi, è l’architetto Cini Boeri con l’apporto, per l’immagine coordinata di Pierluigi Cerri e di due “maghi” dell’illuminotecnica come Serena e Francesco Iannone. Il nuovo Museo, accessibile dall’esterno, è articolato su due livelli modellati al loro interno interpretando il desiderio della committenza di poter contare su una struttura più flessibile e polivalente che, oltre alle collezioni permanenti, potesse ospitare anche mostre temporanee, eventi musicali, conferenze e incontri. L’opera è stata realizzata grazie all’impegno di mecenati locali come l’ingegner Franco Gaiani e la moglie Titti Giandoldati che in quasi vent’anni hanno creato la nuova casa per i tesori del Duomo accumulati in 1.500 anni di Storia della Cattedrale di Monza. Il percorso del nuovo Museo, tra i più importanti al mondo nel suo settore, inizia dalla Cattedrale, esattamente dalla cappella nella quale è custodita la Corona Ferrea con cui furono incoronati imperatori e re, da Barbarossa e Napoleone Bonaparte. La nuova area espositiva è di complessivi 1400 metri quadrati. Il percorso è stato ripartito in quattro grandi sezioni. Mantenuto l’asse cronologico, il patrimonio è stato aggregato secondo “temi forti” che aiutano a legare gli oggetti tra loro: la prima sezione è dedicata all’età dei Visconti; la seconda sezione va dal dominio degli Sforza alla metà del Cinquecento, la terza sezione è dedicata all’età dei Borromeo, dei Durini, degli Asburgo e quindi al fiorire della decorazione barocca e tardobarocca. L’ultima sezione raccoglie memorie dalla dominazione Asburgica ai giorni nostri. Tra le opere di artisti contemporanei spiccano la Crocifissione di Lucio Fontana e il Cristo Risorto di Luciano Minguzzi. Colpisce l’attenzione poi il rosone della facciata del Duomo. I sedici antelli in vetri colorati, realizzati nel 1400 con finiture a grisaille e a velature, che componevano la corolla esterna del grande rosone situato al centro della facciata di Matteo da Campione, sono stati ricomposti su una parete del Museo. E da lì ripropongono tutta la loro sfavillante bellezza illuminati dall’interno. «E’ un’occasione rara inaugurare un nuovo museo soprattutto con un pregio storico di così alto livello». Così l’assessore regionale alla Cultura, Massimo Zanello, ha voluto sottolineare l’importanza di questa nuova struttura. «Con questo intervento - ha proseguito Zanello - si fa di Monza una capitale culturale del paese. Il Museo nasce, in pieno stile brianzolo, dalla volontà di un mecenate che ha voluto finanziare un’opera di così alto pregio. Un lavoro iniziale su cui la Regione Lombardia sta pensando ad una serie di interventi specifici nei prossimi mesi che saranno illustrati a tempo debito». L’architetto Cini Boeri ha invece evidenziato il lavoro lungo durato molti anni. «Un settore che non conoscevo quello dell’arte sacra e dei suoi simboli - ha precisato l’architetto milanese - ma la mia curiosità fu attratta da questo tesoro restandone incantata. Per questo ho studiato gli spazi espositivi in modo tale da valorizzare le opere. Ho voluto che fossero loro stesse a presentarsi». Il musone apogeo ha richiesto un lavoro determinante sull’illuminazione delle sale. «Era necessario - ha sostenuto Franceso Iannone - trovare un equilibrio tra la luce esterna, dai lucernari, e quella interna utile ad illuminare le opere. Per questo, in anteprima mondiale, abbiamo utilizzato una soluzione tecnica innovativa uscita dai laboratori Osram e applicata per la prima volta qui: una luce solida, led di ultima generazione da 20 watt che emettono una luce speciale dallo spettro pensato proprio su misura per la Corona Ferrea». E’ toccato invece a monsignor Leopoldo Gariboldi ricordare gli anni novanta quando il progetto del Museo cominciò a prendere forma. «Oggi - ha sottolineato l’ex Arciprete di Monza, da poco in pensione, e che ha voluto e creduto nel Museo - questo spazio, con il suo tesoro non vuole rappresentare il deposito di oggetti preziosi che richiamano la curiosità dei turisti, ma l’aula silenziosa dove si svolge una lezione che, mettendo in dialogo la storia e l’arte, dica che la bellezza è una buona via per giungere a Dio». Simona Elli Info: tel. 039-326383, fax 039-2300349, info@museoduomomonza.it.  
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Tuesday, November 6, 2007

Il nuovo Museo del Duomo di Monza

Monza dall’8 al 12 novembre Un nuovo, emozionante museo ipogeo per presentare, per la prima volta in modo organico, oltre al tesoro, tutti i capolavori del Duomo di Monza. Con l’apertura del nuovo Museo Gaiani, che completa e arricchisce gli spazi espositivi esistenti, l’8 novembre sarà presentato alla stampa il Museo e Tesoro del Duomo di Monza. E’ l’occasione per ammirare l’unicità delle opere d’arte esposte e l’interezza del percorso museale, comprendere la complessità dei 10 anni di lavori durante i quali il nuovo museo è stato studiato e realizzato sotto l’antica cattedrale voluta da Teodelinda, Regina dei Longobardi. Per presentare il nuovo museo saranno organizzate visite guidate gratuite nei giorni 11 e 12 novembre con prenotazione obbligatoria (entro e non oltre il 7 novembre) e fino ad esaurimento posti disponibili. Orari: da martedì a domenica 9-13 e 14-18; lunedì chiuso. Tariffe: intero museo 6 euro; ridotto museo 4 euro (dai 6 anni ai 18 anni; oltre 65 anni; gruppi minimo 15 componenti; studenti con tessera; enti convenzionati). Intero Corona 4 euro; ridotto Corona 3 euro (dai 6 anni ai 18 anni; oltre 65 anni; gruppi minimo 15 componenti; studenti con tessera; enti convenzionati) Intero integrato museo+corona: 8 euro; ridotto integrato museo+corona: 6 euro. La biglietteria chiude un’ora prima del museo. Visite guidate su prenotazione. Info: tel. 039-326 383 www.museoduomomonza.it info@museoduomomonza.it
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