Friday, January 25, 2008
Sunday, January 13, 2008
Rosa Mistica, concerto nel Duomo di Monza
Monday, January 7, 2008
Teodelinda e Monza
Autari e Teodelinda scelsero Milano come propria capitale al posto di Pavia, ed elessero Monza come residenza estiva. La storia di Teodelinda si intrecciò così con quella di Monza, dove fece costruire un palazzo e una cappella palatina che poi, nel tempo, divenne il nucleo primario del Duomo di Monza.
Secondo la tradizione, Teodelinda aveva promesso di erigere un tempio dedicato a San Giovanni apostolo e aspettava un’ispirazione divina che le indicasse il luogo più adatto. Mentre cavalcava col suo seguito attraverso una piana ricca di olmi e bagnata dal Lambro, un giorno la regina si fermò a riposare lungo le rive del fiume. In sogno vide una colomba che si fermò poco lontano da lei e le disse “Modo” (qui); prontamente la regina rispose “Etiam” (sì) e la basilica sorse nel luogo che la colomba aveva indicato. Dalle due parole pronunciate dalla colomba e dalla regina derivò il primo nome della città di Monza, Modoetia.
Nel 595 Teodelinda fece erigere un oraculum (cappella della regina) di pianta a croce greca. Di questa prima costruzione rimangono oggi solo i muri, risalenti al VI secolo. Alla morte della regina, sebbene l’edificio non fosse ancora terminato, il suo corpo vi fu sepolto, al centro della navata sinistra. In epoca successiva la sua sepoltura fu traslata, sempre nel Duomo di Monza, nel sarcofago visibile sulla parete di fondo nella cappella detta di Teodelinda, dietro l’altare che custodisce la Corona Ferrea. Le pareti della cappella sono rivestite di affreschi (opera dei fratelli Zavattari) con le storie della vita della regina, narrate da Paolo Diacono.
La reggenza di Teodelinda accanto al figlio
Agilulfo morì nel maggio del 616 lasciando il titolo al figlio Adaloaldo ancora minorenne, ma già associato al trono dal 604. Una possibile insidia per la successione avrebbe potuto essere rappresentata dal fratello di Teodelinda, il popolare Gundoaldo, duca di Asti. Ma poco prima era stato assassinato, forse per iniziativa della stessa coppia reale. Teodelinda rimase al vertice del potere accanto al figlio, esercitando la reggenza e ricevendo il grande sostegno del duca Sundrait, già comandante militare e uomo di fiducia di Agilulfo.
Come reggente, Teodelinda intensificò il suo appoggio alla Chiesa cattolica, anche per l’influsso esercitato dal consigliere latino Pietro. Non ci furono attacchi ai Bizantini, che pure in quegli anni erano in grave difficoltà a causa della contemporanea pressione di Avari e Persiani. La diplomazia longobarda si impegnò nella ricerca di un accordo definitivo con l’imperatore. Lo scontento della maggior parte dei duchi si condensò intorno alla figura emergente di Arioaldo, duca di Torino e cognato di Adaloaldo. Nel 624, quando ormai Adaloaldo era maggiorenne - ma non per questo Teodelinda aveva perso il suo influsso sulla politica -, esplose il conflitto interno tra i ribelli e il re, sostenuto dal papa e dall’esarca di Ravenna.
Teodelinda morì nel 627, un anno dopo la detronizzazione del figlio. Fu sepolta, accanto al marito, all’interno del Duomo di Monza. In seguito fu canonizzata. Con la sua morte terminò il periodo monzese dei re longobardi.
La Cappella di Teodelinda, affrescata dagli Zavattari. Testo tratto da www.comune.monza.mi.it
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Quando le autorità religiose e civili di Monza affidarono alla bottega degli Zavattari il compito di decorare le pareti della Cappella di San Vincenzo, nel Duomo di Monza, con le Storie della fondatrice del tempio, erano trascorsi più di otto secoli dagli eventi che si andavano a rappresentare e la chiesa palatina edificata da Teodelinda aveva lasciato il posto da più di cent’anni, al nuovo edificio trecentesco promosso dai Visconti e concluso da Matteo da Campione. Si può sostenere che il ciclo degli Zavattari chiuda la ricostruzione completa del San Giovanni monzese, iniziata il 31 maggio 1300 con la posa della prima pietra ad opera dell’arciprete Avvocato degli Avvocati e proseguita poco oltre il 23 maggio 1396, data di morte di Matteo da Campione. Le Storie di Teodelinda, per il forte impatto che esercitano sul pubblico e per la specificità nel contesto della pittura tardogotica, hanno offuscato con la loro fortuna i dipinti dell’arcone e della volta, sui quali solo recentemente si è aperto un confronto critico dagli sviluppi interessanti. L’arcone è dominato dalla figura di San Giovanni Battista, affiancato da Teodelinda con un seguito di dame in ricchi abitiquattrocenteschi e, in posizione simmetrica, da Autari, Agilulfo e Adaloaldo, accompagnati da altrettanti dignitari a completare la saga longobarda. Secondo la leggenda riportata dal cronista monzese trecentesco, Bonincontro Morigia, la regina risponde “etiam” al messaggio che una colomba bianca tiene nel becco: “modo”. L’intradosso dell’arco di accesso reca le immagini di quattro santi-militari, con armature e tuniche strette in vita: Vittore, Alessandro, Maurizio e Giorgio. |
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Il Duomo di Monza
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Situato nel nucleo storico della città, sorge sulle rovine dell’antico “Oracolum” voluto nel 595 dalla regina Longobarda Teodelinda. Rimaneggiato e ricostruito più volte durante i secoli, del periodo longobardo resta solamente una torre ad est della sacrestia - che fu campanile fino a tutto il periodo rinascimentale - e due lastre marmoree. Intorno al 1300 fu ampliato e completato con la caratteristica facciata a capanna di marmo bicolore, opera del famoso architetto Matteo da Campione, che realizzò anche il pulpito oggi utilizzato come cantoria d’organo, e il battistero che è andato distrutto. Alla fine del 1500 fu eretto il campanile su progetto del Pellegrino Tibaldi detto dei Pellegrini. La facciata, molto elaborata, è suddivisa in cinque compartimenti scanditi da 6 lesene sormontate da capitelli a guglia, all’interno dei quali vi sono statue di santi. Le quattro sezioni laterali della facciata sono fornite di finestre arcuate, molto elaborate, bifore e trifore, e di occhi inseriti in cornici quadrate. Il compartimento centrale è formato da un protiro (arco sorretto da due colonne che orna la porta centrale d’ingresso di alcune chiese e basiliche) coperto da un terrazzino di marmo bianco al cui interno è collocata la statua di San Giovanni. |
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Due leoni sostengono le due colonne laterali, mentre nella lunetta del portale vi è un bassorilievo con i busti di Teodelinda e Agilulfo. Al centro, uno splendido rosone in marmo e vetro policromo, sopraornato da cassettoni di stile giottesco sormontato da nicchie, all’interno delle quali dovevano essere collocate delle figure di santi. Il Duomo fu rimaneggiato e restaurato parecchie volte, l’ultimo fu quello ad opera di Luca Beltrami effettuato tra il 1890 e il 1902. L’interno del Duomo è a croce latina, a tre navate divise da colonne cilindriche e ottagonali con capitelli di gusto romanico scolpiti con animali fantastici. Le cappelle laterali così come le due absidi poligonali che affiancano il coro, e le volte, sono interamente affrescate. Famosissima è la Cappella di Teodelinda affrescata dagli Zavattari, in questa cappella è conservata la Corona Ferrea, il prezioso gioilello di oreficeria del tardo periodo romano che fa parte del Tesoro custodito nel Museo del Duomo (o Museo Serpero dal nome di un generoso benefattore). L’altare maggiore è opera di Andrea Appiani. Molte le tele di grandi dimensioni realizzate da pittori del ‘600-’700, come Sebastiano Ricci, Abbiati, Ruggeri, Bianchi e Porta. Notevoli anche le sculture presenti. |
Il Duomo di Monza
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Situato nel nucleo storico della città, sorge sulle rovine dell’antico “Oracolum” voluto nel 595 dalla regina Longobarda Teodelinda. Rimaneggiato e ricostruito più volte durante i secoli, del periodo longobardo resta solamente una torre ad est della sacrestia - che fu campanile fino a tutto il periodo rinascimentale - e due lastre marmoree. Intorno al 1300 fu ampliato e completato con la caratteristica facciata a capanna di marmo bicolore, opera del famoso architetto Matteo da Campione, che realizzò anche il pulpito oggi utilizzato come cantoria d’organo, e il battistero che è andato distrutto. Alla fine del 1500 fu eretto il campanile su progetto del Pellegrino Tibaldi detto dei Pellegrini. La facciata, molto elaborata, è suddivisa in cinque compartimenti scanditi da 6 lesene sormontate da capitelli a guglia, all’interno dei quali vi sono statue di santi. Le quattro sezioni laterali della facciata sono fornite di finestre arcuate, molto elaborate, bifore e trifore, e di occhi inseriti in cornici quadrate. Il compartimento centrale è formato da un protiro (arco sorretto da due colonne che orna la porta centrale d’ingresso di alcune chiese e basiliche) coperto da un terrazzino di marmo bianco al cui interno è collocata la statua di San Giovanni. |
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Due leoni sostengono le due colonne laterali, mentre nella lunetta del portale vi è un bassorilievo con i busti di Teodelinda e Agilulfo. Al centro, uno splendido rosone in marmo e vetro policromo, sopraornato da cassettoni di stile giottesco sormontato da nicchie, all’interno delle quali dovevano essere collocate delle figure di santi. Il Duomo fu rimaneggiato e restaurato parecchie volte, l’ultimo fu quello ad opera di Luca Beltrami effettuato tra il 1890 e il 1902. L’interno del Duomo è a croce latina, a tre navate divise da colonne cilindriche e ottagonali con capitelli di gusto romanico scolpiti con animali fantastici. Le cappelle laterali così come le due absidi poligonali che affiancano il coro, e le volte, sono interamente affrescate. Famosissima è la Cappella di Teodelinda affrescata dagli Zavattari, in questa cappella è conservata la Corona Ferrea, il prezioso gioilello di oreficeria del tardo periodo romano che fa parte del Tesoro custodito nel Museo del Duomo (o Museo Serpero dal nome di un generoso benefattore). L’altare maggiore è opera di Andrea Appiani. Molte le tele di grandi dimensioni realizzate da pittori del ‘600-’700, come Sebastiano Ricci, Abbiati, Ruggeri, Bianchi e Porta. Notevoli anche le sculture presenti. |
Gli Alabardieri del Duomo di Monza
Ma il privilegio maggiore è quello di avere proprie guardie armate, un corpo denominato “Alabardieri” dal tipo di arma in dotazione agli stessi.
Questo onore è unico al mondo in quanto, oltre alla Guardi Svizzera in servizio al Vaticano a sacra custodia del Sommo Pontefice, solo il Duomo di Monza può schierare delle guardie armate all’interno della chiesa.
La data certa della loro istituzione non si conosce e si perde nella notte dei tempi dato che nell’editto di Maria Teresa d’Austria, del 1763, riguardante l’approvazione della nuova divisa degli alabardieri si dice “l’immemorabile possesso di fare assistere le principali sacre funzioni da dodici uomini armati d’alabarda sotto la direzione di un capo.
Non si conosce l’uniforme indossata prima dell’editto di Maria Teresa ma quella approvata è ancora la stessa in uso oggi ad eccezione del cappello, prima a tricorno, poi da Napoleone I sostituito con l’attuale feluca.
L’attuale uniforme di lana blu con filettature dorate è di foggia settecentesca, si compone di una lunga casacca e di pantaloni al ginocchio, la cintura porta fibbia con piccola riproduzione della Corona Ferrea, le calze sono color turchino ed uno spadino con elsa in ottone.
Il servizio degli alabardieri è riservato solo alla messa pontificale delle 10,30 nelle grandi solennità quali l’Epifania, la Pasqua, il Corpus Domini, la natività di San Giovanni Battista (24 giugno), il Santo Chiodo e il S. Natale.
In via straordinaria prestano il loro servizio anche in particolari occasioni: vedi la visita del Santo Padre nel maggio 1983, le visite dell’Arcivescovo di Milano, Card. Maria Martini prima, Card. Dionigi Tettamanzi, ma anche in occasione della visita del Presidente del Consiglio Giulio Andreotti nel 1991.
Fino agli anni cinquanta, come risulta da un diario dell’epoca, il picchetto riceveva una modesta ricompensa, prestava però servizio dalla messa dell’aurora, alle 6, fino all’ultima messa delle 18.
Tra una funzione e l’altra due guardie restavano di sentinella presso l’altare maggiore.
I Grandi Cicli Decorativi tra Gotico Internazionale e Rococcò
Se si eccettua il ciclo della cappella di Teodelinda, poco è sopravvissuto della decorazione precedente la stagione barocca, che ha profondamente inciso nella percezione dello spazio interno del duomo. Sostanzialmente integro è pervenuto il ciclo realizzato dalla famiglia Zavattari alla metà del Quattrocento nella cappella di Teodelinda, dedicato alla vita della regina. E’ costituito da quarantacinque riquadri distribuiti su cinque registri (di altra mano è la decorazione della volta e quella dell’arcone d’ingresso), sulla base della Storia dei Longobardi di Paolo Diacono e della Cronaca di Monza di Bonincontro Morigia. L’inizio dei lavori è da fissarsi al 1444, data riportata dall’iscrizione sulla parete di destra, mentre il loro completamento dovette avvenire entro il 1446. Il ciclo costituisce una delle più significative testimonianze della pittura tardogotica in Lombardia.
In clima tardomanierista ci trasportano le decorazioni delle testate interne dei transetti, a iniziare da quella meridionale (Albero di Jesse, di Giuseppe Arcimboldi e Giuseppe Meda, 1558) per passare a quella settentrionale (Storie di S. Giovanni Battista, di G. Meda e Giovan Battista Fiammenghino, 1580). La decorazione del presbiterio e del coro è la maggiore impresa pittorica del Seicento e vede all’opera Stefano Danedi detto il Montalto, Isidoro Bianchi, Carlo Cane e Ercole Procaccini il Giovane, con quadrature di Francesco Villa. La volta della navata maggiore viene invece affrescata alla fine del secolo da Stefano Maria Legnani detto il Legnanino, con quadrature del Castellino (1693).
I dieci quadroni della navata centrale con Storie di Teodelinda e della Corona ferrea, realizzati tra Sei e Settecento, appartengono a diversi pittori, fra cui Sebastiano Ricci, Filippo Abbiati e Andrea Porta. E’ però soprattutto il Settecento a segnare l’interno dell’edificio, che costituisce un osservatorio privilegiato per lo studio della cultura figurativa lombarda tra barocco, barocchetto e rococò. Pietro Gilardi affresca con Storie della Croce il tiburio (1718-19); Giovan Angelo Borroni dipinge nella cappella del Rosario (1719-21), in quella del Battistero e in quella di S. Lucia (1752-53); Mattia Bortoloni decora la cappella del Corpus Domini (1742).
L’episodio conclusivo è costituito dall’intervento in duomo di Carlo Innocenzo Carloni, il grande maestro del rococò internazionale, già attivo in Austria, Germania e Boemia. Tra il 1738 e il 1740, secondo un programma stabilito dal gesuita Bernardino Capriate, egli decora le volte delle navate laterali, l’arcone trionfale e le pareti occidentali del transetto.
Il Duomo di Monza voluto da Teodelinda
Di questa prima fase quasi nulla sopravvive, ad eccezione di pochi materiali edilizi (tegoloni, “tubuli” per la realizzazione di volte, oggi conservati in Museo) e di resti dell’arredo liturgico (due lastre decorate “a incisione”). Dalle scarse fonti scritte si ricava comunque che doveva trattarsi di un edificio a tre navate, ad andamento longitudinale, preceduto da un atrio quadriportico che svolgeva funzioni diverse, tra cui alcune civili: vi venne ospitata anche la sede del Comune, che alla fine del XIII sec. si trasferì nell’Arengario appositamente costruito. Nel 1989 sono state rinvenute nella navata nord tre tombe “privilegiate” internamente dipinte, riferibili ad epoca altomedievale, che suggeriscono l’area originaria occupata dalla chiesa, tra l’attuale e il chiostrino a settentrione. Alle funzioni di campanile venne adattata una torre - forse sorta con funzioni militari - ancora superstite, inglobata nelle murature tra la sacrestia e la cappella di Teodelinda.
Straordinaria testimonianza dei primi secoli di vita è il prezioso Tesoro, formato dalla suppellettile liturgica e dai donativi offerti dalla regina (che nella chiesa alla sua morte fu sepolta) e da altre opere di oreficeria e avorio offerte da re Berengario all’inizio del X secolo.
Nel cambio di secolo, tra Duecento e Trecento, si colloca il momento decisivo di trasformazione dell’antica basilica nell’attuale duomo, questa volta sotto il segno dei Visconti. Non è un caso che l’anno cruciale sia il 1300, quello della “grande perdonanza”, il primo giubileo indetto da Bonifacio VIII. Come tutto nel medioevo anche la rifondazione del duomo si ammanta di leggenda. Secondo un cronista locale, Bonincontro Morigia, all’origine di tutto sarebbe da porre un’apparizione miracolosa (di Teodelinda e di S. Elisabetta) a un prete, Francesco da Giussano, al quale viene chiesto di riscoprire antiche reliquie, da tempo dimenticate. Ritrovate le reliquie all’interno di un sarcofago romano (quello di Audasia Cales), ed esposte alla pubblica venerazione, il 31 maggio si pone la prima pietra della ricostruzione. Si tratta, a tutta evidenza, di un’operazione insieme religiosa e politica (ai Visconti era infatti legato l’arciprete Avvocato degli Avvocati) per affermare il dominio dei nuovi signori sul contado, sostenere, in opposizione alla curia romana, le devozioni locali e recuperare la tradizione regale longobarda. Nel 1308 si provvede a traslare il corpo della regina in un sarcofago di pietra sostenuto da colonnine (oggi nella cappella di Teodelinda), secondo un diffuso modello di prestigio.
La prima fase edilizia si conclude nel 1346, anno della consacrazione dell’altare maggiore e della realizzazione del paliotto in argento di Borgino del Pozzo, ispirato all’altare d’oro di Sant’Ambrogio a Milano. Una seconda compagna costruttiva, motivata dalla necessità di ampliare l’edificio (sobriamente ispirato alle contemporanee architetture mendicanti, come il S. Francesco “ad pratum magnum” della stessa Monza) per adattarlo alle esigenze di rappresentanza che il ritorno del Tesoro da Avignone (1345) imponeva, cade a metà del secolo. Artefice di questa seconda, più solenne, fase è Matteo da Campione, esponente di quella stirpe di costruttori proveniente dalla zona dei laghi tra Lombardia e attuale Canton Ticino, alla quale i Visconti commisero tante imprese edilizie e decorative del ducato nel corso del Trecento. La sua lapide funeraria (1396), immurata all’esterno della cappella del Rosario, ci informa sulla sua attività (il completamento della grande facciata “a vento”, la realizzazione del pulpito e del battistero) e testimonia il prestigio da lui raggiunto e la sua devozione. Egli fu certamente interprete dell’aspirazione dei Visconti a realizzare una grande basilica per le incoronazioni imperiali, secondo la tradizione germanica che imponeva all’imperatore di assumere tre corone: quella d’argento ad Aquisgrana, quella d’oro a Roma e quella “di ferro” appunto a Monza (o a Milano). E di ciò si ha una straordinaria testimonianza iconografica nella grande lastra (già chiusura posteriore del pulpito) oggi collocata presso l’ingresso della sacrestia, che raffigura l’incoronazione dell’imperatore da parte dell’arciprete di Monza (1378). Tra le corone del Tesoro da qualche tempo se ne era individuata appunto una, più piccola delle altre, che all’interno recava un anello ritenuto di ferro - la corona ferrea (v.).
A Matteo spetta anche la costruzione delle due cappelle gemelle ai lati dell’abside maggiore. Quella di destra (già del S. Chiodo e oggi dedicata al Rosario) venne decorata intorno al 1417-18 (sopravvive un unico frammento con Cristo crocifisso, attribuito a Michelino da Besozzo); quella di sinistra (dedicata a Teodelinda) tra il 1444 e il 1446 dalla famiglia di pittori lombardi Zavattari che realizzarono il celebre ciclo di affreschi tardogotici (v.).
Occorre attendere oltre un secolo per assistere alla ripresa dell’attività decorativa, che questa volta interessa i bracci dei transetti. E’ sempre nella seconda metà del Cinquecento che si avvia, in rapporto alle trasformazioni imposte dal Concilio di Trento, una profonda rielaborazione della zona absidale, con lo sfondamento del muro di fondo della cappella maggiore e la costruzione di un vasto presbiterio, all’esterno rigorosamente intonato alle precedenti architetture tardogotiche. Alla fine del secolo viene anche costruito, su progetto di Pellegrino Tibaldi, il nuovo campanile, a sinistra della facciata.
Nel 1644 viene gettata la volta della navata centrale e nel 1681 è costruita, nell’area delle sacrestie, la cappella ottagona destinata a ospitare il Tesoro. I primi decenni del Settecento, anche in coincidenza con il ripristino del culto del S. Chiodo, segnano anche una forte ripresa decorativa, che trasforma l’edificio in una sorta di antologia della pittura tardobarocca.
La stagione neoclassica è segnata dall’altare maggiore progettato da Andrea Appiani (1798) e dal nuovo pulpito di Carlo Amati (1808). Alla fine dell’Ottocento si collocano le grandi opere di restauro conservativo e stilistico della cappella di Teodelinda e soprattutto della facciata (L. Beltrami, G. Landriani), che viene trasformata radicalmente con la reintegrazione delle edicole sommitali (già tutte cadute, ad eccezione di una, all’inizio dei Seicento) e la sostituzione dei filari di marmo nero di Varenna con serpentino verde d’Oira, per enfatizzare, in una sorta di ipercorrettismo, la componente toscaneggiante della cultura figurativa campionese.
