Sunday, January 6, 2008

De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano

«De André non è stato mai di moda. E infatti la moda, effimera per definizione, passa. Le canzoni di Fabrizio restano» (Nicola Piovani). Nel settembre 1997 uscì l’antologia ufficiale di De Andrè intitolata Mi innamoravo di tutto, che contiene una preziosa versione de La canzone di Marinella cantata con Mina. Tra il 1997 e il 1998 tenne una serie di concerti in teatro, per l’antologia. Tra il 13 e il 14 febbraio del 1998 tenne un memorabile concerto al Teatro Brancaccio di Roma che fu trasmesso a Rai2 e edito in Vhs e Dvd. Il 13 agosto del 1998, durante il concerto in uno stracolmo Teatro al Castello di Roccella Jonica, gli fu consegnato il premio per il Miglior Live dell’anno della rassegna Fatti di Musica di Ruggero Pegna, che presenta i migliori concerti d’autore di ogni stagione. L’ultima esibizione è avvenuta a Nuoro il 22 agosto del 1998. Il 25 agosto dello stesso anno gli fu diagnosticato un tumore ai polmoni, che lo portò a interrompere il tour. La notte dell’11 gennaio 1999, alle ore 2:30, all’età di 58 anni Fabrizio De André morì all’Istituto dei tumori di Milano, dove era stato ricoverato per l’aggravarsi della malattia. Il figlio Cristiano dichiarò: «abbiamo sperato nelle cure, ma purtroppo non c’è stato nulla da fare; le condizioni di papà erano gravi» De André ha avuto due figli, entrambi musicisti: il primo, Cristiano, anch’egli cantautore, nato nel1962 dalla prima moglie Enrica Rignon, soprannominata Puny; la seconda, Luisa Vittoria detta Luvi, avuta nel 1977 da Dori Ghezzi. Ambedue, negli ultimi anni di vita di Fabrizio, cantarono col padre in alcuni concerti. I suoi funerali si svolsero nella Basilica di Carignano a Genova il 13 gennaio: al dolore della famiglia partecipò una folla di più di 10mila persone, in cui trovarono posto, oltre a molte bandiere (perlopiù anarchiche, alcune del Genoa, squadra del cuore di Fabrizio), molti amici celebri, come Ricky Gianco, Gianna Nannini, Ivano Fossati, Vasco Rossi, Beppe Grillo, Paolo Villaggio, Massimo Bubola, Carlo Facchini dei Tempi Duri, Giovanna Melandri e altri esponenti dello spettacolo, della politica e della cultura. É sepolto nella tomba di famiglia nel cimitero di Staglieno accanto al fratello Mauro, al padre Giuseppe e alla madre Luisa Amerio. La discografia di De André è ampia, ma non vasta come quella di altri autori del suo tempo. Tuttavia risulta memorabile per varietà e intensità.
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Le nuvole e Anime Salve, gli ultimi album di De Andrè

Nel 1990 De Andrè pubblicò, ancora con l’amico Mauro Pagani e con la collaborazione di Ivano Fossati, Le nuvole, titolo che come in Aristofane allude ai potenti che oscurano il sole. Fossati lo aiutò inoltre nella realizzazione del suo ultimo disco, Anime salve (1996), da molti ritenuto un capolavoro. Inizialmente il disco doveva essere pubblicato a nome dei due autori, tuttavia il carattere di Fabrizio, convinto che il lavoro stesse progredendo in uno stile troppo simile a Fossati e poco al suo, interruppe la produzione del disco per poi recuperarlo da solo nel 1996, con modifiche, variazioni e gli splendidi arrangiamenti di Piero Milesi. Le nuvole è la summa delle varie collaborazioni di questo periodo. Soprattutto Fabrizio tornò all’italiano, raggiungendo un compromesso con il suo amico e collaboratore Mauro Pagani che insisteva perché non si dedicasse esclusivamente al genovese. La struttura de Le Nuvole è divisa in due: la prima parte, quella dedicata al potere, è in italiano; la seconda incarna la voce del popolo e perciò cantata in dialetto. Con questo album (il più politico) Fabrizio si abbandonò alla feroce ironia e ai ritratti più dissacranti che abbia mai fatto del potere e delle sue meschine inclinazioni. L’idea base, studiata con Pagani, sorgeva dalla constatazione che nonostante l’idea di progresso sia ormai comunemente accettata, la realtà sociale e politica non sia tanto distante da quella del Congresso di Vienna del 1815. De André affondò la penna sul consumismo, sull’ipocrisia della classe politica, sulla fine degli ideali che ha come conseguenza “una pace terrificante”, sulla mafia. Il risultato è un affresco grandioso, spietato ma ironico, della società contemporanea. Anime Salve (1996) è l’ultimo album in studio del cantautore e anche l’ultimo concept album, incentrato sul tema della solitudine. La musica fu scritta in gran parte da Ivano Fossati, sulla stessa matrice etnica nata con Creuza de mä. Fra le varie influenze sonore vi sono il Sudamerica e i Balcani. Questo album, a differenza dei due precedenti, è in gran parte in italiano. L’ultima traccia, Smisurata Preghiera - ispirata da una raccolta di poesie di Alvaro Mutis - è forse la più riuscita fusione stilistica tra i due coautori dell’album. Inoltre, riassume con efficacia le tematiche dell’intera opera di De André: l’emarginazione, il suo superamento nella ricerca della libertà, la nobilitazione della solitudine come ricerca, l’amore sconfinato per l’uomo. Fra il 1990 e il 1996 collaborò con vari autori, sia come autore sia come cointerprete, nei rispettivi album. Tra essi ricordiamo Francesco Baccini, i Tazenda, Mauro Pagani, Massimo Bubola, Max Manfredi, Teresa De Sio, Ricky Gianco, i New Trolls e il figlio Cristiano De André. Da segnalare la collaborazione con “Li Troubaires de Coumboscuro” nell’album A toun souléi, dove De André partecipò all’incisione del brano in provenzale antico Mis amour, insieme a Dori Ghezzi e Franco Mussida.
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Creuza de mä, un viaggio nei magici suoni del Mediterraneo

Collaborò con Mauro Pagani per la realizzazione dell’album Creuza de mä nel 1984. Fu un progetto di Pagani che De André arricchì con i suoi testi e che all’inizio parve un fiasco, ma fu in seguito premiato dalla critica come Album del decennio. Sebbene non sia semplice attribuire il premio di miglior disco da lui scritto dal punto di vista poetico-letterario, dal punto di vista musicale a Creuza de mä tocca probabilmente tale alloro, visti i numerosi riconoscimenti ottenuti. Questo disco è un viaggio nei magici suoni del Mediterraneo, guidato dalla maestria di Mauro Pagani, che nel 1984 trattò con largo anticipo sui tempi il tema della musica etnica. Creuza de Ma segnò uno spartiacque nella carriera del cantautore genovese. Dopo questo album Fabrizio espresse la volontà di non voler più cantare in italiano ma di volersi concentrare esclusivamente sul genovese, che per lui non era un dialetto ma una vera e propria lingua. Ma Creuza de mä fu anche l’album che liberò De André dalle impostazioni vocali ereditate dalla tradizione degli chansonniers francesi, che gli garantì la libertà di espressione tonale al di fuori di quei dettami stilistici che aveva assorbito da Brassens e da Brel. E’ un fatto principalmente legato alla lingua: le parole tronche - di cui il genovese è ricco quanto ne è povero l’italiano - si adattano bene a un uso musicale, poiché le sillabe si possono allungare con armonia senza sembrare ridicolmente forzate. De André scelse di usare come lingua un genovese colto e ricercato. Inizialmente lui e Pagani avevano in mente di usare il gallurese, ma l’idea fu scartata per il semplice fatto che, nonostante Fabrizio l’avesse già usato nella canzone Zirichiltaggia nell’album Rimini, non ne aveva completa padronanza. Inoltre, come spiega ampiamente Cesare Romana nella sua biografia Amico Fragile, il genovese era per Fabrizio una lingua ricca di mescolanze, di contaminazioni con tutto il bacino mediterraneo. Tuttavia, qualche accenno di gallurese lo si può udire nel ritornello della prima canzone dell’album. Subito dopo l’uscita di Creuza de Ma, iniziò un periodo di crisi artistica che lo portò a formulare ipotesi di collaborazioni che sfortunatamente poi non furono mai realizzate come la possibilità di incidere un album sulle musiche dell’Europa orientale con Ivano Fossati e Vasco Rossi (che, secondo Fabrizio, aveva un lato rock che a lui mancava). Da questa crisi uscì soltanto nel 1990, sei anni dopo, con l’incisione (fortemente voluta da Mauro Pagani che auspicava un ritorno di Fabrizio all’italiano) di un nuovo lavoro che unì l’esperienza linguistica dell’album precedente a tematiche sociali e politiche: Le nuvole.
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Il sequestro di Fabrizio De André e Dori Ghezzi

La sera del 27 agosto 1979, quando ormai viveva quasi stabilmente in Sardegna nella sua tenuta dell’Agnata, a due passi da Tempio Pausania, De Andrè fu rapito dall’anonima sequestri sarda insieme alla sua compagna Dori Ghezzi, poi sposata nel 1989. I due furono liberati dopo quattro mesi (Dori fu liberata il 20 dicembre, Fabrizio il 22) dietro il versamento del riscatto di circa 550 milioni di lire, in buona parte sborsati dal padre Giuseppe. Intervistato all’indomani della liberazione - il 23 dicembre in casa del fratello Mauro - da uno stuolo di giornalisti, Faber tracciò un racconto pacato dell’esperienza: «…ci consentivano, a volte, di rimanere a lungo slegati e senza bende», ed ebbe parole di pietà per i suoi carcerieri: «Noi ne siamo venuti fuori, mentre loro non potranno farlo mai». Questa posizione inconsueta, nel quadro di un invito di De André a ragionare seriamente sulla realtà sociale sarda, attirò critiche feroci di certa stampa che tese a colpevolizzare in modo retorico e sensazionalistico i sequestrati. Inoltre disse «i rapinatori erano gentili quasi materni, una sera uno di loro aveva bevuto troppo, e disse che non era contento della nostra situazione» L’esperienza del sequestro si aggiunse al già consolidato contatto con la realtà e con la vita della gente sarda, e gli avrebbe ispirato diverse canzoni, scritte ancora con Bubola. Nel 1980 dopo l’esperienza incise un singolo Una storia sbagliata/Titti. La prima canzone parla della morte di Pier Paolo Pasolini raccontata anche attraverso metafore, la seconda ispirata a un romanzo di Jorge Amado, di una donna che aveva due amori «di segno contrario». Nel 1981, pubblicò un’album senza titolo, comunemente conosciuto come L’indiano dall’immagine di copertina che raffigura un nativo americano. Trasparente la similitudine fra il popolo indiano e quello sardo, entrambi, pare sostenere il cantante, rinchiusi in riserve se non altro culturali, entrambi vittime di dominazioni sociali. Sottili, ma non velate, furono le allusioni all’esperienza del sequestro: dalla stessa ripresa della locuzione Hotel Supramonte - con cui da sempre i sardi chiamano l’industria dei sequestri - alla descrizione degli improvvisati banditi cui, comunque, non intese negare note di un certo romanticismo e una connotazione di proletariato periferico che per questo meritava, coerentemente con le sue tematiche privilegiate, una forte attenzione. Al processo De André confermò il perdono per i suoi carcerieri, ma non per i mandanti perché persone economicamente agiate. Nell’album si notano comunque altre canzoni famose come Quello che non ho con un forte ritmo blues, Fiume Sand Creek, ispirata a un massacro di nativi americani del 1864, Canto del servo pastore. E anche Se ti tagliassero a pezzetti una delle canzoni che esplicitano di più la sua anarchia, infatti in alcune esibizioni dal vivo il verso «signorina libertà, signorina fantasia» fu modificato in «signorina libertà, signorina anarchia» Nel 1982 per il tour dell’album fece l’unica tourneè in giro per l’Europa, dove incise anche un album dal vivo in Germania De André Philipshalle Düsseldorf oggi ancora inedito in Italia. Il concerto più famoso del tour è sicuramente quello tenuto all’aperto a Sarzana il 29 agosto 1981davanti a 6mila persone.
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Le collaborazioni di De Andrè con musicisti e cantautori

Nella sua carriera De André collaborò con Alessandro Gennari alla scrittura del libro Un destino ridicolo, pubblicato nel 1996, ed ebbe modo di lavorare - nella sua attività compositiva - con Riccardo Mannerini, poeta genovese con il quale musicò Eroina (1968), poi diventato Il cantico dei drogati. Dal 1974 De André iniziò nuove collaborazioni con altri musicisti e cantautori. A ciò affiancò anche l’attività concertistica, mai affrontata sino ad allora. Negli anni ‘70 De André tradusse canzoni di Bob Dylan (Romance in Durango e Desolation Row), Leonard Cohen (It seems so long ago, Nancy, Jeanne D’Arc, The famous blue raincot per la Vanoni e Suzanne) e Georges Brassens (lavoro che porterà all’uscita dell’album Canzoni del 1974) e collaborò con altri artisti (su tutti Francesco De Gregori, che lavorò con lui alla scrittura di molti brani dell’album Volume VIII del 1975, lavoro non privo di sperimentazione in cui sono affrontate tematiche esistenziali quali il disagio verso il mondo borghese e la difficoltà di comunicazione. Nonostante il suo carattere schivo e poco incline alle apparizioni in pubblico, accettò di esibirsi dal vivo, prima ancora del concerto alla Bussola di Viareggio, a piazza Navona nel 1974, in occasione di una manifestazione del partito Radicale per il referendum sul divorzio, sconvolgendo migliaia di romani che avevano sognato quel momento per anni, e iniziando poi un tour con due componenti dei New Trolls, con i quali aveva già collaborato nel 1968 per l’arrangiamento dei testi di Riccardo Mannerini che diventarono Senza orario senza bandiera (Belleno e D’Adamo), e due dei Nuova Idea (Belloni e Usai). Nel 1979 si esibì insieme alla Premiata Forneria Marconi, che affrontò con successo l’ardua sfida di riarrangiare alcuni dei brani più significativi del grande cantautore genovese, arrangiamenti che Fabrizio utilizzerà fino alla fine della sua carriera. L’operazione si rivelò estremamente positiva, tanto che il tour originò due album interamente live, tra il 1979 ed il 1980, che ebbero uno straordinario successo di vendite. Rimini (1978) segna l’inizio della collaborazione, che proseguirà proficuamente nel tempo, con il cantautore veronese Massimo Bubola. Quest’album fa intravedere un De André esploratore di una musicalità più distesa, spesso di ispirazione americana, di cui Bubola è portatore. I brani trattano l’attualità - il naufragio di una nave genovese - e tematiche sociali: aborto e omosessualità. Fabrizio De André (1981) è un album senza titolo, noto come L’indiano per il suo disegno in copertina, con Bubola ancora una volta coautore di De André. Il filo che lega i vari brani è il parallelismo tra il popolo dei Pellerossa e quello Sardo, entrambi oppressi dai loro colonizzatori. Il sequestro del cantautore è rievocato nel brano Hotel Supramonte. Nel 1980 i due cantautori pubblicano un 45 giri intitolato Una storia sbagliata, i cui brani sono editi per la prima volta in CD solo nel 2005. Il disco reca inciso Una storia sbagliata sul lato A e Titti sul lato B, entrambe scritte con Bubola. Fabrizio ricorderà in un’intervista a proposito di questa canzone: «Nel testo di Una storia sbagliata rievoco la tragica vicenda di Pier Paolo Pasolini. È un canzone su commissione, forse l’unica che mi è stata commissionata. Mi fu chiesta come sigla per due documentari-inchiesta sulle morti di Pasolini e Wilma Montesi».
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Le prime tragiche esperienze nei concerti dal vivo

All’inizio degli anni ‘70 De André fece le sue prime esperienze negli spettacoli dal vivo. Lavoratore instancabile e al limite del perfezionismo in studio, Fabrizio non riusciva invece ad esibirsi in pubblico. Il suo timore innanzitutto era dovuto al suo problema all’occhio destro, leggermente più chiuso del sinistro, ma anche dalla precedente brutta esperienza televisiva in cui si era dimenticato le parole di una sua canzone e aveva dovuto cantarla in playback. Nel 2006 Francesco Guccini, ospite all’Università di Lettere a Genova, ha ricordato di quando si incontrarono, per via di amici comuni, sulle colline bolognesi e del fatto che Fabrizio, alla richiesta di suonare una sua canzone, avesse preteso di poter cantare con le luci spente. E’ un atteggiamento questo che ricorda le prime esperienze di Leonard Cohen che incise il suo primo album musicale in uno studio a luci spente e con uno specchio davanti per ricreare l’ambiente della sua camera da letto. La sua casa di produzione discografica cominciò a fare delle grosse pressioni perché Fabrizio iniziasse un tour di concerti per l’Italia. Il cantautore - come in seguito ha raccontato all’amico Cesare Romana - si presentò davanti al suo discografico sparando una richiesta di compenso esagerata, sperando di ottenere un netto rifiuto. Ma il produttore accettò senza battere ciglio. In questo modo Fabrizio fu costretto ad affrontare le sue paure da palcoscenico, paure che superò solo con gli anni, suonando e cantando sempre nella penombra e con molto whiskey in corpo. Nel 1973 uscì Storia di un impiegato, l’ultimo dei quattro concept album ispirato agli avvenimenti del Maggio francese e alla contestazione giovanile del’68. È uno degli album più controversi del cantautore. Anche qui risulta importantissima la collaborazione con Giuseppe Bentivoglio e con il compositore Nicola Piovani.
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I concept album di De André

«Andrai a vivere con Alice che si fa il whiskey distillando fiori, o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori? O resterai più semplicemente dove un attimo vale un altro, senza chiederti come mai. Continuerai a farti scegliere, o finalmente sceglierai?» da “Verranno a chiederti del nostro amore”, Storia di un impiegato, 1973. Nel 1967 De André pubblicò il suo vero primo album Volume I con nove canzoni inedite e un ri-arrangiamento di Carlo Martello. In questo album sono presenti tra le sue canzoni più famose, come Bocca di rosa e Via del campo - due canzoni dedicate a due prostitute -, e Preghiera in Gennaio, dedicata alla morte di Luigi Tenco. La canzone Bocca di rosa subì una modifica poco tempo dopo dietro “cortesi pressioni dell’arma dei carabinieri”. Gli anni fra il 1968 ed il 1973 furono fra i più proficui per l’autore, che iniziò la serie dei concept album. Il primo è Tutti morimmo a stento, in cui per la prima volta si fece accompagnare da un’orchestra sinfonica. E’ un album che si ispira alla poetica di Francois Villon con canzoni a volte molto tristi e dark in cui il cantautore tifa per i perdenti. I temi sono suicidi, pervertiti, drogati, pedofili, bambini pazzi, re tristi… questo album nel 1969 fu inciso anche in inglese su idea di Antonio Cassetta, ma questa versione non fu mai pubblicata ufficialmente, e solo nel 2007 l’unica copia in vinile dell’album è stata ritrovata negli Stati Uniti. Uscì anche Volume III, un disco che riporta vecchie canzoni del periodo Karim, e due brani di Brassens tradotti in italiano. Vi è anche una traduzione di Si fosse foco sonetto di Checco Angiolieri, e Il re fa rullare i tamburi traduzione di un canto popolare francese. Nel 1970 uscì La buona novella, un album importante, che riporta il pensiero cristiano nei primitivi confini di un’umana dimensione della fratellanza, in forte contrapposizione con la dottrina di sacralità e verità assoluta, che il cantautore sostenne essere inventata dalla Chiesa al solo scopo di esercizio del potere. Le tracce di questo disco sono memorabili, come L’infanzia di Maria, Il ritorno di Giuseppe, Il sogno di Maria, Tre madri o Il testamento di Tito. Queste cinque canzoni sono sicuramente le più famose dell’album, in quanto furono riproposte nei suoi ultimi concerti tra il 1997 e il 1998. L’opera tratta in parte dai vangeli apocrifi e nel disco il cantautore suona con il gruppo I Quelli, che poi fu ribattezzato PFM. Il disco fu riarrangiato dallo stesso Reverberi. Un crescendo creativo che, nel 1971, culminò in Non al denaro, non all’amore né al cielo, libero adattamento di alcune poesie della Antologia di Spoon River, opera poetica di Edgar Lee Masters, tradotto in italiano nel 1943 da Fernanda Pivano. Anche qui vi sono canzoni famose come La collina, Un giudice, Un blasfemo e Il suonatore Jones. L’album intero è stato riarrangiato nel 2005 da Morgan, rinnovandone in parte l’arrangiamento. Nel 1972 pubblicò un singolo con due canzoni di Leonard Cohen Suzanne/Giovanna d’Arco, brani che furono poi inseriti nel “riempitivo” album Canzoni del 1974.
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L’idiosincrasia di De Andrè verso il clero

«Benedetto Croce diceva che fino a diciotto anni tutti scrivono poesie e che, da quest’età in poi, ci sono due categorie di persone che continuano a scrivere: i poeti e i cretini. Allora, io mi sono rifugiato prudentemente nella canzone che, in quanto forma d’arte mista, mi consente scappatoie non indifferenti, là dove manca l’esuberanza creativa». F. De André. I testi del cantautore, che toccano spesso argomenti religiosi, sono comunque improntati a una personale e disincantata filosofia cristiana e, a tratti, da una certa spiritualità. Ne sono prova brani come Spiritual, Si chiamava Gesù, Preghiera in gennaio e il concept album La buona novella. Tuttavia, l’atteggiamento tenuto da Faber nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche fu spesso sarcastico e fortemente critico nel contestarne i comportamenti contraddittori, come, ad esempio, nelle canzoni Un blasfemo, Il testamento di Tito, La ballata del Michè. Tale idiosincrasia per il clero fonda le sue radici, probabilmente, anche nell’infanzia di De André, durante la sua permanenza, alle medie inferiori, all’Istituto Arecco, una scuola gestita dai gesuiti e frequentata dai rampolli della Genova-bene. Durante il primo anno fu vittima di un tentativo di molestia sessuale da parte di uno dei gesuiti dell’istituto. Nonostante l’età, la reazione verso il padre spirituale fu pronta e, soprattutto, chiassosa e prolungata, tanto da indurre la direzione ad espellere il giovane De André, nel tentativo di placare lo scandalo. L’improvvido espediente, tuttavia, si rivelò vano poiché, a causa del provvedimento d’espulsione, dell’episodio venne a conoscenza anche il padre di Fabrizio, esponente della resistenza e vicesindaco di Genova, che informò il provveditore agli studi pretendendo un’immediata inchiesta che terminò con l’allontanamento dall’istituto scolastico del gesuita. Nell’ottobre del 1961 la Karim pubblicò il suo primo 45 giri, con copertina standard forata - la ristampa del 1971 della Roman Record ebbe invece una copertina curata dalla pittrice genovese Loris Ferrari, amica di Fabrizio. Il disco contiene due brani, Nuvole barocche e E fu la notte. Nel 1962 il cantautore sostenne l’esame di ammissione come compositore alla Siae di Roma per poter depositare a proprio nome le canzoni. Nel 1997, durante la consegna del Premio Lunezia, confessò di aver utilizzato una buona parte della poesia Le foglie morte di Jacques Prévert nel testo dell’esame. Nel 1963 il cantante scrisse un singolo: Il fannullone/Carlo Martello ritorna dalla battaglia di Poitiers in collaborazione con il suo grande amico, Paolo Villaggio, che conobbe a Cortina d’Ampezzo. Nonostante la differenza d’età (otto anni), fino alla morte del cantante perdurò tra essi una grande amicizia, ma i due non ebbero in seguito altre collaborazioni professionali. Negli anni successivi De André si affermò sempre più come personaggio riservato e musicista colto, abile nel condensare nelle proprie opere varie tendenze e ispirazioni: le atmosfere degli storici cantautori francesi, tematiche sociali trattate sia con crudezza sia con metafore poetiche, tradizioni musicali di alcune regioni italiane, sonorità di ampio respiro internazionale e l’utilizzo di un linguaggio inconfondibile ma, al tempo stesso, volutamente alla portata di tutti. Nel 1964 scrisse due canzoni molto famose: La guerra di Piero e La canzone di Marinella. La prima canzone parla della guerra e di un semplice soldato che muore, un’accusa al militarismo e che passò inosservata all’epoca, la seconda di una ragazza (lui diceva una prostituta) che, dopo aver trovato l’amore muore in circostanze misteriose. Fu quest’ultima canzone ad avere molto successo per via di una cover di Mina nel 1967 nell’album Dedicato a mio padre, nonostante tutto pare che il cantautore non considerasse la canzone una delle migliori. In quel periodo De André componeva molte canzoni con il compositore Vittorio Centanaro, che però non veniva mai accreditato in perché non iscritto alla Siae. Nel 1966 uscirono sempre su 45 giri altri capolavori come Canzone dell’amore perduto, Geordie (tratta da una antica ballata britannica) e Ballata dell’amore cieco. In quello stesso anno uscì il suo primo Lp Tutto Fabrizio De André - ristampato nel 1968 come La canzone di Marinella a causa della cover di Mina, dalla RRC - una parziale raccolta di alcune delle canzoni che sino ad allora erano state edite solo in 45 giri. Nello stesso anno la Karim fallì e De André dovette cambiare casa discografica, passando quindi nel 1967 alla milanese Bluebell Records. Sarebbe stato questo l’inizio del grande successo.
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Il lirismo poetico di De Andrè

«Personalmente mi considero la minoranza di uno» (F. De André). Il cammino di Fabrizio De André ebbe inizio sulla pavimentazione sconnessa e umida del carruggio di via del Campo, prolungamento della famosa via Pré, strada proibita di giorno quanto frequentata la notte. È in quel ghetto di umanità platealmente respinta e segretamente bramata che avrebbero preso corpo le sue ispirazioni. Di ghetto in ghetto, dalle prostitute alle minoranze etniche, passando per diseredati, disertori, bombaroli e un’infinità d’altre figure. Nella sua antologia di vinti, dove l’essenza delle persone conta più delle azioni e del loro passato, De André raggiunse alte vette di lirismo poetico. Nato il 18 febbraio 1940, in via de Nicolay 12 a Genova Pegli, da una famiglia dell’alta borghesia industriale genovese - il padre Giuseppe, esponente del Partito Repubblicano Italiano, fu vicesindaco del capoluogo ligure, amministratore delegato dell’Eridania e il promotore della costruzione della Fiera del Mare di Genova, nel quartiere della Foce -, Fabrizio crebbe inizialmente nella campagna astigiana, da cui la famiglia era originaria. Nel 1941 si dovette trasferire proprio ad Asti a causa dell’aggravarsi della situazione bellica, e successivamente nella Genova del dopoguerra, permeata da stili religiosi e politici spesso rigidi e bigotti. Nella città natale fu attratto fin da giovanissimo dalla musica. I suoi genitori lo obbligarono a lezioni private di violino, strumento per cui Fabrizio non aveva nessun interesse (questa passione la coltiverà invece il figlio Cristiano). Presto scoprì la golosità del suo insegnante e spesso lo “corrompeva” con buffet di paste dolci perché suonasse lui al suo posto. L’incontro folgorante con la musica avvenne con l’ascolto di quello che diventò il suo primo maestro: Georges Brassens. Di Brassens Fabrizio tradusse molte canzoni tra cui “Il gorilla” e “Nell’acqua di chiara fontana”, imitò poi lo stile e l’impostazione vocale ma non volle mai conoscere direttamente il suo maestro, per paura di rimanerne deluso. Inizialmente educato in una scuola privata elementare retta da suore Marcelline, passò alla scuola statale, dove il suo comportamento “fuori dagli schemi” gli impedì una pacifica convivenza con le persone che trovò al suo interno, in special modo i professori. Per questo fu trasferito nella scuola di Gesuiti dell’Arecco, celebri per la loro severità, per poi diplomarsi al Liceo classico Cristoforo Colombo che, qualche anno fa, gli ha dedicato una targa commemorativa. In seguito frequentò alcuni corsi di lettere e altri di medicina presso l’Università di Genova prima di scegliere la facoltà di Giurisprudenza, ispirato dal padre e dal fratello Mauro, entrambi brillanti avvocati. A sei esami dalla laurea decise di intraprendere una strada diversa: la musica (suo fratello diventò uno dei suoi fan più fedeli e critici). La passione per la musica aveva preso corpo anche grazie all’assidua frequentazione degli amici Tenco, Bindi, Paoli e Villaggio - con il quale scrisse poi due canzoni. Cominciò a suonare e cantare con gli amici nel locale La borsa di Arlecchino, in cima a via XX settembre, dove oggi è esposta una foto che lo ritrae sul palco insieme ad Attilio Oliva, presidente dell’associazione Treellle di Genova. De André in quegli anni ebbe una vita sregolata e in contrasto ai precetti della sua famiglia. Frequentò le prostitute dei vicoli del centro storico, spesso ubriaco, abbandonò casa per trasferirsi in un buco di appartamento in stradone Sant’Agostino insieme al suo amico poeta Riccardo Mannerini. Chi lo ha conosciuto in quegli anni di giovinezza lo definisce come una specie di play boy da strapazzo, egoista e narciso. Ma Fabrizio mostrò anche un’attenzione per una cultura da autodidatta, consacrando il testo anarchico L’unico e la sua proprietà di Max Stirnercome la sua bibbia di vita, e un vivo interesse per la poesia. I suoi amici erano i “figli del popolo”, sbandati di strada dediti al chiasso e al bere ma anche i salotti buoni come quello dei Bozano, in cui il vero mattatore era Paolo Villaggio. Fabrizio e il giovane Villaggio erano amici di infanzia. Ancora oggi, a Genova, qualcuno ricorda le loro bravate, come ad esempio l’ordinare ai forni quantità industriali di focaccia, senza mai passare a ritirarla. Insieme si imbarcavano d’estate sulle navi da crociera come animatori artistici per le feste di bordo. Fabrizio si sposò con una ragazza, detta Puny, da cui ebbe il suo primo figlio Cristiano De André per separarsene a metà degli anni ‘70. Col figlio, Fabrizio pare che non abbia saputo instaurare un rapporto pacifico e che si sia dimostrato più volte incapace di fare il padre. Tuttavia ha cercato in seguito di recuperare il rapporto, formandolo come talentuoso musicista diplomato al Conservatorio Paganini di Genova e portandolo sul palco insieme a lui. Col piccolo Cristiano, Fabrizio è pressato dalla sua situazione economica e medita di abbandonare la strada musicale per laurearsi finalmente in giurisprudenza. Ma, inaspettato, giunge il successo quando Mina porta in televisione la sua Canzone di Marinella. La sua produzione artistica subì un’accelerazione nei primi anni ‘70, quando De André consegnò alla propria etichetta di produzione tre dei suoi lavori più riusciti: Non al denaro, non all’amore, né al cielo, La buona novella e Storia di un impiegato. In questi tre concept album Fabrizio mise al centro della sua poetica l’uomo e la sua dimensione: anche il racconto della Buona novella, ispirata ai Vangeli apocrifi, si conclude con un Laudate Hominem. Nel frattempo, grazie ai suoi guadagni, si ritirò in Sardegna, nella sua tenuta-fattoria all’Agnata, vicino a Tempio Pausania. Qui Fabrizio potè lavorare a contatto con la natura e la tranquillità della vita di paese. Continuò a bere smodatamente. Conobbe una popolare cantante, Dori Ghezzi, più giovane di lui, e si innamorò. Si sposarono, senza clamori, con una modesta cerimonia e a fargli da testimone fu un suo amico di Genova che in quegli anni aveva cominciato ad avere un discreto successo in televisione come comico, Beppe Grillo.
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Fabrizio De André, un ricordo del “Grande Poeta”

«Se nelle regioni meridionali non ci fosse la criminalità organizzata, come mafia, ‘ndrangheta e camorra, probabilmente la disoccupazione sarebbe molto più alta». Ecco l’ultima staffilata che, nell’agosto 1998, sollevò un’ondata di proteste e sdegno tra gli esponenti di quella classe politica e sociale che De André racchiudeva nel suo concetto diborghesia. Gli stessi che gridavano allo scandalo quando De André dedicava le sue strofe a prostitute, lestofanti e suicidi e che, alla sua morte, lo avrebbero osannato definendolo “Grande Poeta”. A Fabrizio De André, va riconosciuto il coraggio e la coerenza d’aver scelto, nella società italiana del dopoguerra, di sottolineare i tratti nobili e universali degli sconfitti, affrancandoli dal ghetto giansenista degli indesiderabili e mettendoli a confronto con i loro accusatori. Fabrizio Cristiano De André (Genova-Pegli, 18 febbraio 1940 – Milano, 11 gennaio 1999) è stato un cantautore italiano fra i più conosciuti e amati di sempre, sicuramente uno fra i più importanti. Nelle sue opere ha cantato prevalentemente storie di emarginati, ribelli e diseredati. Molti suoi testi sono considerati dei veri e propri componimenti poetici e, come tali, inseriti nella gran parte delle antologie scolastiche di letteratura. Per gli amici e gli ammiratori fu semplicemente Faber, nome che Paolo Villaggio coniò in assonanza con quello dei pastelli che il cantautore tanto amava. Fabrizio De André ha pubblicato nei suoi quarant’anni di attività musicale una ventina di album. Un numero relativamente contenuto, ma che non sorprende chi gli ha sempre riconosciuto una maggiore attenzione alla qualità rispetto alla quantità. In suo ricordo è stato istituito un apposito premio - il Premio Fabrizio De André - che nel 2007 è stato assegnato ai fratelli Gian Piero e Gianfranco Reverberi.
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