«Personalmente mi considero la minoranza di uno» (F. De André). Il cammino di Fabrizio De André ebbe inizio sulla pavimentazione sconnessa e umida del carruggio di via del Campo, prolungamento della famosa via Pré, strada proibita di giorno quanto frequentata la notte. È in quel ghetto di umanità platealmente respinta e segretamente bramata che avrebbero preso corpo le sue ispirazioni. Di ghetto in ghetto, dalle prostitute alle minoranze etniche, passando per diseredati, disertori, bombaroli e un’infinità d’altre figure. Nella sua antologia di vinti, dove l’essenza delle persone conta più delle azioni e del loro passato, De André raggiunse alte vette di lirismo poetico. Nato il 18 febbraio 1940, in via de Nicolay 12 a Genova Pegli, da una famiglia dell’alta borghesia industriale genovese - il padre Giuseppe, esponente del Partito Repubblicano Italiano, fu vicesindaco del capoluogo ligure, amministratore delegato dell’Eridania e il promotore della costruzione della Fiera del Mare di Genova, nel quartiere della Foce -, Fabrizio crebbe inizialmente nella campagna astigiana, da cui la famiglia era originaria. Nel 1941 si dovette trasferire proprio ad Asti a causa dell’aggravarsi della situazione bellica, e successivamente nella Genova del dopoguerra, permeata da stili religiosi e politici spesso rigidi e bigotti. Nella città natale fu attratto fin da giovanissimo dalla musica. I suoi genitori lo obbligarono a lezioni private di violino, strumento per cui Fabrizio non aveva nessun interesse (questa passione la coltiverà invece il figlio Cristiano). Presto scoprì la golosità del suo insegnante e spesso lo “corrompeva” con buffet di paste dolci perché suonasse lui al suo posto. L’incontro folgorante con la musica avvenne con l’ascolto di quello che diventò il suo primo maestro: Georges Brassens. Di Brassens Fabrizio tradusse molte canzoni tra cui “Il gorilla” e “Nell’acqua di chiara fontana”, imitò poi lo stile e l’impostazione vocale ma non volle mai conoscere direttamente il suo maestro, per paura di rimanerne deluso. Inizialmente educato in una scuola privata elementare retta da suore Marcelline, passò alla scuola statale, dove il suo comportamento “fuori dagli schemi” gli impedì una pacifica convivenza con le persone che trovò al suo interno, in special modo i professori. Per questo fu trasferito nella scuola di Gesuiti dell’Arecco, celebri per la loro severità, per poi diplomarsi al Liceo classico Cristoforo Colombo che, qualche anno fa, gli ha dedicato una targa commemorativa. In seguito frequentò alcuni corsi di lettere e altri di medicina presso l’Università di Genova prima di scegliere la facoltà di Giurisprudenza, ispirato dal padre e dal fratello Mauro, entrambi brillanti avvocati. A sei esami dalla laurea decise di intraprendere una strada diversa: la musica (suo fratello diventò uno dei suoi fan più fedeli e critici). La passione per la musica aveva preso corpo anche grazie all’assidua frequentazione degli amici Tenco, Bindi, Paoli e Villaggio - con il quale scrisse poi due canzoni. Cominciò a suonare e cantare con gli amici nel locale La borsa di Arlecchino, in cima a via XX settembre, dove oggi è esposta una foto che lo ritrae sul palco insieme ad Attilio Oliva, presidente dell’associazione Treellle di Genova. De André in quegli anni ebbe una vita sregolata e in contrasto ai precetti della sua famiglia. Frequentò le prostitute dei vicoli del centro storico, spesso ubriaco, abbandonò casa per trasferirsi in un buco di appartamento in stradone Sant’Agostino insieme al suo amico poeta Riccardo Mannerini. Chi lo ha conosciuto in quegli anni di giovinezza lo definisce come una specie di play boy da strapazzo, egoista e narciso. Ma Fabrizio mostrò anche un’attenzione per una cultura da autodidatta, consacrando il testo anarchico L’unico e la sua proprietà di Max Stirnercome la sua bibbia di vita, e un vivo interesse per la poesia. I suoi amici erano i “figli del popolo”, sbandati di strada dediti al chiasso e al bere ma anche i salotti buoni come quello dei Bozano, in cui il vero mattatore era Paolo Villaggio. Fabrizio e il giovane Villaggio erano amici di infanzia. Ancora oggi, a Genova, qualcuno ricorda le loro bravate, come ad esempio l’ordinare ai forni quantità industriali di focaccia, senza mai passare a ritirarla. Insieme si imbarcavano d’estate sulle navi da crociera come animatori artistici per le feste di bordo. Fabrizio si sposò con una ragazza, detta Puny, da cui ebbe il suo primo figlio Cristiano De André per separarsene a metà degli anni ‘70. Col figlio, Fabrizio pare che non abbia saputo instaurare un rapporto pacifico e che si sia dimostrato più volte incapace di fare il padre. Tuttavia ha cercato in seguito di recuperare il rapporto, formandolo come talentuoso musicista diplomato al Conservatorio Paganini di Genova e portandolo sul palco insieme a lui. Col piccolo Cristiano, Fabrizio è pressato dalla sua situazione economica e medita di abbandonare la strada musicale per laurearsi finalmente in giurisprudenza. Ma, inaspettato, giunge il successo quando Mina porta in televisione la sua Canzone di Marinella. La sua produzione artistica subì un’accelerazione nei primi anni ‘70, quando De André consegnò alla propria etichetta di produzione tre dei suoi lavori più riusciti: Non al denaro, non all’amore, né al cielo, La buona novella e Storia di un impiegato. In questi tre concept album Fabrizio mise al centro della sua poetica l’uomo e la sua dimensione: anche il racconto della Buona novella, ispirata ai Vangeli apocrifi, si conclude con un Laudate Hominem. Nel frattempo, grazie ai suoi guadagni, si ritirò in Sardegna, nella sua tenuta-fattoria all’Agnata, vicino a Tempio Pausania. Qui Fabrizio potè lavorare a contatto con la natura e la tranquillità della vita di paese. Continuò a bere smodatamente. Conobbe una popolare cantante, Dori Ghezzi, più giovane di lui, e si innamorò. Si sposarono, senza clamori, con una modesta cerimonia e a fargli da testimone fu un suo amico di Genova che in quegli anni aveva cominciato ad avere un discreto successo in televisione come comico, Beppe Grillo.